L'onore delle Ossa - capitolo 1

scritto da re dei sepolcri
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Ispirato allo stile di Terry Pratchett ecco un racconto di onore, cavalleria e ordinata decomposizione,
- Nota dell'autore re dei sepolcri

Testo: L'onore delle Ossa - capitolo 1
di re dei sepolcri

Il Bastione di Mornhollow, un cumulo di ruderi ormai decadenti, si ergeva in tutta la sua disperazione tra le foreste ai piedi dei Monti d’Oro. Un tempo era conosciuto e temuto, ora lo avevano dimenticato. 

La sua locazione era segreta e pochi trovano l'ingresso, quasi sempre per caso.

E anche in quelle rare occasioni cercavano tutt'altro o avevano seguito le indicazioni sbagliate.

Ogni volta che un pezzo crollava, un altro decideva di restare in piedi, per pura educazione.

Il sole, alto nel cielo, stava illuminando la stanza da diverse fessure nel tetto.

Due figure sedevano ai lati opposti di un tavolino che reggeva una scacchiera antica, miracolosamente intatta. Uno era un cavaliere con indosso la sua armatura mentre l’altro era avvolto da una semplice tunica verde scura. O almeno, erano i resti di quello che una volta erano entrambi, una concessione alla memoria di un tempo che fu.

D’improvviso il cavaliere si mosse, allungò il braccio e le sue dita ossute scivolarono verso la scacchiera con un movimento fluido. Afferrò il cavallo e lo mosse. 

Un rumore di ali e uno sbuffo di polvere lo raggiunse dall’alto.

«Hai barato di nuovo!» la voce era gracchiante, accusatoria e proveniva dallo stesso punto dove era giunto il rumore di ali.

Il cavaliere si portò una mano alla testa, come se stesse soffrendo di una forte emicrania.

«Sai Guano, pensavo che la mia giornata fosse già al suo punto peggiore. Poi sei arrivato tu!»

«Mi chiamo G’thar’gul.» gracchiò il corvo, atterrando su un trespolo vicino al tavolino, con l’aria offesa di chi deve correggere qualcuno per la millesima volta.

«Sì, certo. Ma chiamarti così mi fa venire l’artrite alla lingua.» «Non hai la lingua.»

«Appunto. Pensa se l’avessi.»

In verità, Ser Edran Varnhold, non era capace di pronunciare il suo nome, nonostante avesse provato ad insegnarglielo per decenni.

Il corvo lo fissò con l’aria di chi sta valutando il miglior punto dove beccare un cranio.

«Hai mosso due pezzi, comunque.»

«Anche Lord Varnur ha mosso due pezzi.»

Il corvo inclinò la testa verso la figura avvolta dal mantello verde, seduta dall’altra parte della scacchiera.

«Lord Varnur è morto. Morto morto.»

«Si ma rimane un avversario coerente nella sua condizione. Non si lamenta mai e non fa commenti sarcastici ogni cinque secondi.»

«Nemmeno tu sei vivo, se è per questo.»

«Giusto. Ma io sono morto in modo più produttivo.»

Il vento soffiò tra le rovine, sollevando uno sbuffo di polvere. Era simile ad un sospiro, come se avesse voluto dire qualcosa ma poi ci aveva ripensato. 

Il cavaliere riposizionò distrattamente un pedone caduto per colpa del vento.

«Sai, Guano, credo che questa volta potrei vincere.»

«Contro un cadavere?»

«E’ una questione di principio.»

«Oh, certo. Perdere contro un cadavere sarebbe una questione di talento. E il nostro Ser Edran è sempre stato un cavaliere…talentuoso.»

Edran si perse un momento per fissare il vuoto dietro il suo avversario, dove un raggio di sole filtrava attraverso il tetto.

«Cinquecento anni fatti di partite, e non ha ancora imparato una singola apertura.»

«Forse perché non ha più le dita per farlo, Ser Edran. Il cavaliere astuto.»

«O forse perché ha esaurito la volontà di vivere.»

«Nemmeno tu ce l’hai.»

«Toccato.» Ser Edran avrebbe sospirato, ma non aveva più i polmoni per farlo ormai.

Guano beccò un insetto che si era posato a fianco della scacchiera, rovesciando un alfiere.

Edran scosse la testa. «Partita sospesa per interferenza avicola.»

«Oh, finalmente una vittoria da annotare nel tuo glorioso palmarès, che è vuoto.»

Edran gli lanciò uno sguardo vuoto. Letteralmente vuoto, le orbite oculari erano una cavità da cui brillava una fioca luce bluastra. Ma riusciva a comunicare disapprovazione lo stesso.

«Sai, Guano, se tu te ne andassi, il Bastione sarebbe un posto più silenzioso.»

«E chi ti ricorderebbe ogni giorno che sei un disastro perfettamente conservato?»

«Non dimenticare, mio caro amico pennuto, che anche se sei stato il famiglio del necromante tu te ne puoi andare, non sei vincolato a queste rovine. Non penso abbia nulla da ridire il tuo ex padrone.»

«Non preoccuparti, non ti lascio nella tua solitudine. Non vorrei che ti piacesse.»

Il silenzio del Bastione resistette per quasi cinque minuti, quasi un record.

Poi, da qualche parte al piano inferiore, si udì un tonfo. Seguito da un «Ahi! Maledizione, guarda dove metti i piedi, idiota!»

Guano inclinò la testa, con l’aria di chi pregusta divertimento.

«Abbiamo ospiti.»

Edran si voltò a guardarlo «Sei sicuro? Potrebbe essere un’altra pietra che ha deciso di suicidarsi.»

«Le pietre non imprecano quando cadono. Di solito.»

Un secondo tonfo seguito da un clangore metallico, e poi un’altra voce «Imbranato e goffo! Non capisco perché ti abbiamo portato con noi.»

«Forse hai ragione tu, per questa volta.»

«Certo che ho ragione, devono essere quei quattro scappati di casa che ho visto stamattina.»

Edran si girò di scatto.

«Sapevi che sarebbero arrivati e non mi hai detto nulla?»

«Pensavo te ne saresti accorto prima, ma la partita ha assorbito tutta la tua attenzione. E poi volevo vedere la tua reazione genuina. Magari morivi di infarto, dalla felicità.»

«Avrei potuto ringraziarti, ma non è successo.» Edran si alzò, afferrò il suo elmo ammaccato, gli tolse un po' di polvere da sopra senza molto successo e se lo mise.

«Da quanto tempo non arriva nessuno, cinquant’anni?»

«Circa.»

«Dici che così sono presentabile o devo cambiarmi?»

«Hai l’aspetto di un morto in imbarazzo. Farai il tuo ingresso teatrale?»

«Naturalmente, ho avuto cinquant’anni per prepararmi. Non vorrei che pensassero male di me. Bisogna mantenere un certo standard, anche nella decomposizione.» 

Edran scese le scale con passo solenne mentre Guano volò fuori da un buco del soffitto.

Una volta raggiunto al salone principale Edran si sedette su un antico trono, più antico anche delle sue ossa. Di solito ,lì, il necromante passava le ore a studiare, c’era anche un leggio, ormai sgretolato dal tempo.

Edran si ricompose e si mise seduto in posizione regale, pronto a dare il suo benvenuto ai visitatori.

I quattro avventurieri entrarono nel salone principale, guidati da alcune luci fluttuanti che illuminavano le rovine proiettando ombre particolarmente sinistre. Bisognava ammettere che il Bastione aveva un certo senso scenico invidiabile.

Il primo che mise piede nella sala indossava un'armatura e imbracciava una spada. Dietro di lui, quello che sembrava un giovane chierico. Avrebbe scommesso che la tunica aveva ancora attaccato il cartellino del prezzo tanto si guardava intorno terrorizzato. Ma nulla in confronto con l’espressione di sgomento del giovane dietro, con il passo un po' pesante e un borsa a tracolla che tintinnava leggermente ogni volta che metteva avanti il piede sinistro. A chiudere la fila, uno con indosso una tunica ridicola e un lungo bastone, probabilmente un mago.

Un'accozzaglia di avventurieri mal armati insomma. Il tipo di gruppo che si forma quando degli sconosciuti si incontrano in una taverna e decidono che saccheggiare rovine è più economico che pagare l’affitto.

Il primo indicò proprio Edran con la sua spada «Guardate, quello deve essere lì da molto tempo. È proprio un catorcio.»

Edran, che aveva assistito all'ingresso in religioso silenzio per non rovinare la sua scena, si sentì punto sul vivo «Ehi! Catorcio a chi? Ma ti sei visto? Non c'è proprio più rispetto per gli anziani.»

«Quel…quel non morto p-parla?»

«Si. E mi avete rovinato la mia entrata scenografica che mi ero preparato.» Nel dirlo Edran si alzò dal trono con fare teatrale.

Il chierico alzò il simbolo del sole che aveva appeso al collo e con fare incerto lo puntò verso Edran come se fosse un'arma 

«Purificheremo questo posto dalla tua presenza maligna.»

«E comincerete da dove, esattamente? Dalla tappezzeria?» Edran guardò le pareti spoglie «Perché qui dentro il male si è estinto per noia, credo secoli fa.»

I quattro avventurieri rimasero interdetti dal comportamento della creatura che infestava queste rovine. Non era normale.

«Non ci faremo incantare, mostro!»

«Vedo che avete preso dei souvenir. Ma qui non diamo cesti di benvenuto.» Edran indicò il ragazzo con la borsa tintinnante, il quale con movimenti goffi tentò di nasconderla. «Facciamo sera a guardarci o vogliamo darci da fare? Siete venuti qua ad uccidermi giusto? Speriamo ci riusciate.»

Edran si mosse in avanti e gli avventurieri indietreggiarono.

Il guerriero, recuperato un briciolo di coraggio e dignità si lanciò in avanti menando fendenti, ma tutti trovarono l’armatura già ammaccata in più punti di Edran ad attenderli. 

«No, così no!» Edran era frustato dall'inefficienza del guerriero «mira al collo, al collo! Regola centoquattro, un nonmorto senza testa è un nonmorto morto.Ma chi ti ha insegnato a dar di spada?»

Un lampo di magia partì dal bastone del mago, mancando per pochi centimetri la testa di Edran e andando a colpire una colonna. Polvere e detriti si espansero per la stanza.

«Regola duecentosessantadue dei compagni di un cavaliere» gridò Edran attraverso la nube di polvere «se non vedi il bersaglio, non lanciare magie a caso in uno spazio chiuso.»

Il chierico tentò di invocare il suo dio ma la presenza di Edran, o il fatto che stesse dando lezioni di combattimento, lo fece tentennare. Le parole gli morirono in gola.

Il giovane dalla borsa capiente che fino ad ora non aveva mosso un muscolo fece alcuni passi indietro. La situazione stava degenerando in fretta e decise di fuggire via urlando. Almeno uno di loro aveva istinti di sopravvivenza funzionanti.

Edran stava dando tutta la sua attenzione al guerriero «Non ci siamo proprio. La spada si impugna in questo modo, così. Osserva, la tieni salda e poi un bel affondo. Così!» 

Allungò la spada in un affondo perfetto, degno di un maestro d’armi.

«Ops!» 

La spada trafisse il mago, che in quel momento si stava spostando alle spalle del nonmorto per poterlo attaccare.

Un ultima scintilla magica scaturì dal suo bastone mentre il mago spirava i suoi ultimi attimi di vita. La fiammata colpì il soffitto provocando un crollo che travolse e schiacciò sia il chierico che il guerriero, uccidendoli sul colpo.

«Già finito?» 

Ma nessuno rispose

«Almeno uno ha avuto l’idea giusta di fuggire. Regola diciannove, la codardia è sottovalutata come strategia di sopravvivenza.» 

Edran si massaggiò la mandibola. Una strana sensazione lo pervase, come se qualcosa gli sfuggisse ma non sapeva cosa. Con fare mesto e pensieroso si diresse verso le scale per tornare alla sua partita a scacchi. 

In quel momento Guano entrò da una piccola finestra e si andò a poggiare sullo schienale del trono.

«Sei ancora vivo.»

«Direi che è andata...»

«Hai ucciso il mago.»

«Per sbaglio.»

«Hai fatto crollare il soffitto.»

«Teoricamente è stato lui.» Edran indicò il mago semisepolto dalle macerie, con il bastone ancora puntato verso l’alto in un gesto di accusa postuma.

«Hai perso metà della collezione di cucchiai d’argento e altre cose però.»

Edran si girò di scatto «Come?»

Guano inclinò la testa, gli occhi neri che brillavano.

«Oh beh, il ragazzo aveva una bella borsa di cose, penso quasi tutte dell’ala est.»

«Non c’è nulla nell’ala est, se non le mie vecchie stanze.» Edran si fermò a guardare Guano, poi senza un'altra parola corse via.

Guano lo segu’ attraverso i corridoi polverosi fino a raggiungere l’ala est e quando arrivò trovò Edran immobile davanti alla petineuse.

«Ha preso il pendente di Elira…» sussurrò.

Guano fece un verso incerto, qualcosa a metà tra il gracchiare e un finto sospiro.

«Magari voleva solo migliorare la sua collezione di oggetti maledetti.»

Edran si voltò a fissarlo poi spostò lo sguardo verso un punto nel vuoto.

«Nessuno ruba ad un morto. E…inelegante.»

«Tecnicamente lo fanno di continuo. Si chiama archeologia. O, nei casi peggiori, acquisizione museale.»

Edran ignorò il commento e si diresse verso un angolo della stanza, tolse un drappo impolverato da un quadro rivelando il ritratto sbiadito di una donna dai capelli d’oro. Il tempo era stato impietoso nei confronti dei colori vivaci, ma la grazia del viso dipinto era quello di un tempo.

«Mi dispiace, mia luce. Mi hanno rubato te.»

Il corvo si spostò sullo schienale di una sedia rotta.

«Potresti prendere in considerazione di lasciarti derubare più spesso. Ti dona un certo pathos tragico.»

Edran non rispose. Qualcosa tipo rabbia, disperazione o cinque secoli di frustrazione accumulata sembrò montargli dentro. Lanciò un urlo, spaventando lo stesso Guano e con un impeto che non provava da molti secoli si mise a correre verso l’uscita, all’inseguimento del ladro.

«Non vorrei illuderti ma penso che finirà male per te, come sempre.» Guano lo disse a voce bassa, come per lanciare un avvertimento che non voleva farlo sentire davvero.

Quello di cui parlava Guano era la barriera magica che costringeva Edran entro un raggio di pochi di metri oltre le rovine del Bastione, un vincolo imposto dal necromante per evitare che se ne andasse via, condannandolo a rimanere e difendere quelle rovine per l’eternità.

Anche Guano uscì, ma solo per andare a trovare un posto comodo su un ramo dove vedere Edran fallire anche quella volta.

Edran, dal canto suo, si ricordò troppo tardi della barriera e tentò di fermarsi, ma riuscì solo a perdere l’equilibrio e a ruzzolare verso il velo invisibile.

Ma quella volta, per un inspiegabile motivo Edran superò il limite. La barriera che per secoli lo aveva tenuto prigioniero non c’era più, o lo aveva fatto passare.

Con il rumore di un’armatura che rotola giù per una scalinata con l’entusiasmo di un barile, si ritrovò oltre la barriera.

Guano lo raggiunse visibilmente perplesso.

«Ti sei rotto qualcosa almeno?»

«Non abbastanza temo.» esclamò Edran da terra, rialzandosi traballante e guardandosi intorno. «In compenso.. Guano.. io.. sono fuori!»

Il corvo batte le ali 

«Fuori tipo.. fuori fuori?»

«Fuori tipo.. il necromante mi aveva vincolato, e per qualche motivo ora sono fuori. Oltre la barriera.»

Edran si guardò attorno estasiato con l’espressione di chi vede il mondo per la prima volta. Più precisamente per la prima volta dopo cinquecento anni.

«Sono libero, Guano!»

«Sai,» disse Guano, «non avrei mai pensato di vederti all’aria aperta. Grande passo avanti rispetto a… beh, là dentro.»
Edran guardò la luce del giorno filtrare dagli alberi come se fosse un concetto astratto fatto improvvisamente reale.

«Sì, e mi chiedo ancora come sia possibile che io sia finalmente uscito. L’ultima volta c’era quella barriera che sembrava odiarmi sul piano concettuale.»
«Ah, quella,» fece Guano con un gesto vago «il necromante deve averla abbassata.» 

«Peccato sia morto. E intendo morto definitivo, non morto-con-futuri-sviluppi.»
«Allora sarà stata una barriera a tempo.»

Guano si fermò, poi si voltò verso Edran con un'espressione che su di lui poteva passare per un sopracciglio alzato. «A proposito… quanto tempo fa hai provato l’ultima volta?»
Edran assunse quella tipica posa da sto facendo un calcolo che ricorda un dolore personale.

«Mh. Un bel po’.»
«Quanto?»
«Parecchio,» sospirò «era quando ho provato ad attraversarla usando uno dei cavalli degli ultimi ospiti. Idea brillante secondo me, mi sono lanciato a folle velocità verso la barriera. Il cavallo è riuscito a passare.»
«E tu?»
«Io no. Fui disarcionato con notevole forza, ma il cavallo continuò a galoppare per diversi chilometri prima di fermarsi. Non è mai tornato indietro.»

«Non posso biasimare il cavallo.» Guano stava annuendo come se la cosa spiegasse praticamente tutto. «Ecco, vedi? Barriera a tempo. Deve essere scaduta negli ultimi decenni. O la botta l’ha spaventata. E ora?» 

«Ora vado a riprendermi il pendente e a farla pagare a quel moccioso. E magari, con un po’ di fortuna, trovo anche qualcuno che sappia uccidermi come si deve.»

Guano gracchiò, scuotendo le piume.

«Ah, il cavaliere errante che non può morire. Non vedo cosa possa andare male.»

Edran si sistemò l’armatura che, dopo la ruzzolata, si era spostata con fare scricchiolante.

«Guano, il mondo mi attende!»

«Il mondo non lo sa ancora.» Guano volò più in alto, osservandola figura del cavaliere nonmorto che si preparava a un’avventura. «Ma riderà parecchio, temo.»

Edran iniziò a camminare cercando un uscita dalla foresta, lasciandosi il Bastione alle spalle. Per la prima volta in cinquecento anni stava andando da qualche parte che non era in cerchio. 

Non sapeva esattamente dove, ma era un inizio.

L'onore delle Ossa - capitolo 1 testo di re dei sepolcri
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